lunedì 20 novembre 2017

Bach is in the air / Ramin Bahrami e Danilo Rea. Aula Magna della Sapienza, 7 novembre 2017

La musica classica è un altro settore in cui non ho ricevuto l'educazione al momento giusto e per la quale dunque - mio malgrado - mi mancano le basi per poterne trarre il massimo godimento.

Ciò detto, non abbandono i miei tentativi di avvicinamento a questo mondo e lo faccio talvolta scegliendo proposte un po' alternative, come questo concerto che Ramin Bahrami e Danilo Rea stanno portando in giro per l’Italia e non solo.

Il titolo del concerto è Bach is in the air, in quanto il programma prevede l'esecuzione di una decina di pezzi del grande maestro, interpretati classicamente al pianoforte da Ramin Bahrami, mentre Danilo Rea ci costruisce sopra le sue improvvisazioni jazzistiche.

Il risultato è molto interessante ed è interessante anche l'effetto diverso che questo concerto fa su persone diverse. F. - che ha una maggiore cultura sulla musica classica - mi dice alla fine di essere sonoramente più vicina all'esecuzione di Bahrami in cui lei riconosce un canone che le è familiare; io invece durante il concerto mi faccio trascinare dal ritmo di Rea, che è in qualche modo più vicino al mio orecchio musicale (sebbene alcuni dei pezzi di Bach siano famosissimi anche per me che sono ignorante in materia).

Lo spettacolo è nel complesso godibile anche per l'interazione tra questi due personaggi, così diversi, eppure in qualche modo così complementari. Se nell'esecuzione musicale Bahrami è impostato e Rea estroso, accade invece che negli intermezzi tra un'esecuzione e l'altra il primo appare spigliato col pubblico (quasi buffo con la sua aria da cartone animato), mentre il secondo è molto riservato e taciturno.

Il pubblico - in buona parte accademico vista la sede in cui si svolge il concerto, ossia l'Aula Magna della Sapienza di Roma - è silenzioso e attento e alla fine del programma chiede ai due musicisti di tornare sul palco per ben due volte, per deliziarci ancora con le loro esecuzioni.

Voto: 3,5/5


sabato 18 novembre 2017

Blue my mind. Metti una notte. Borg McEnroe

La domenica finale della Festa del cinema di Roma è sempre dedicata ai film vincitori delle rassegne, ed è un appuntamento che difficilmente perdo, anche se si tratta di una giornata un po' malinconica perché si respira già aria di smobilitazione. Quest'anno poi il cielo è griglio e a metà giornata viene giù il diluvio, quindi l'atmosfera si fa ancora più mesta. Però, proprio per questo, trascorrere una giornata nel confort di una sala cinematografica risulta appropriato.

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Blue my mind

Il primo film che vediamo è il vincitore del Premio TaoDue previsto dalla rassegna Alice nella città. Blue my mind è la storia di Mia (Luna Wedler), un'adolescente che sta vivendo un momento di profondo cambiamento: si è da poco spostata con la sua famiglia alle porte di Zurigo nello stesso momento in cui sta diventando donna.

Mia dovrà fare i conti con un cambiamento del corpo che - nel caso del film di Lisa Brühlmann - è portato alle estreme conseguenze, verso una identità e una natura completamente nuove. In questo momento di transizione la ragazza non si sente capita da nessuno, meno che meno dai suoi genitori, e cerca nella compagnia di un gruppo di coetanei una condizione di anestetizzazione dei pensieri e del dolore, attraverso il sesso, l'alcol e la droga. Sarà però proprio una di queste amiche, la bellissima e selvaggia Gianna (Zoë Pastelle Holthuizen) a comprendere e scoprire il dramma di Mia e ad aiutarla a trovare e ad accettare la sua identità.

Le intenzioni della regista sono decisamente lodevoli e la scelta di raccontare il difficile momento di trasformazione che è l'adolescenza attraverso una storia estrema e sovraccarica è sicuramente interessante e di forte impatto per lo spettatore.

La rappresentazione del disagio adolescenziale che si accumula davanti ai nostri occhi finisce però a tratti per diventare talmente eccessiva da risultare stucchevole e quasi insopportabile, oltre che poco credibile. Alla fine però,  l'amicizia tra Mia e Gianna e il finale della storia sembrano spazzare via con un colpo di spugna tutte le brutture e restituire queste due ragazze alla loro bellezza.

Un film forte, ma decisamente interessante.

Voto: 3/5



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Metti un notte


Questo film lo vedo praticamente per sbaglio. Pensavo infatti di andare a vedere il vincitore di Alice nella città (The best of all worlds) e invece mi trovo di fronte al vincitore di Panorama Italia, scelto dalla Regione Lazio Film Commission, Metti una notte.

Ora, a parte la delusione e lo sconcerto iniziali, il fatto è che questo film diretto e interpretato da Cosimo Messeri (nonché da altri volti noti anche per il pubblico televisivo, da Cristiana Capotondi ad Amanda Lear) mi risulta ancor meno interessante di una fiction TV e, nonostante le presunte citazioni colte, risulta a mio avviso di basso profilo, un po' sconclusionato e a tratti demenziale. Qualche risata la strappa ma non a sufficienza da giustificarne la visione. Insomma, un'esperienza da dimenticare.

Voto: 1,5/5



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Borg McEnroe

L'ultima visione di questa festa del cinema è dedicata al film che ha vinto l'audience award della competizione principale (ricordo che a Roma non c'è una giuria e il vincitore è solo quello selezionato dal pubblico), Borg McEnroe.

Il film di Janus Metz Pedersen racconta la storica rivalità tra Borg (un incredibilmente somigliante Sverrir Gudnason) e McEnroe (Shia LaBeouf), in particolare il torneo di Wimbledon del 1980 in cui i due si trovarono l'uno di fronte all'altro in finale in un'epica partita vinta da Borg al quinto set, dopo parecchi rivolgimenti di fronte.

Questa è l'occasione per il regista per raccontare uno sport che proprio in quegli anni diventava popolare e dunque cominciava ad attirare gli sponsor e a caratterizzarsi per le pressioni pubblicitarie, e che è tra i più difficili dal punto di vista psicologico in quanto mette il giocatore di fronte ai suoi pensieri in una battaglia psicologica con se stesso, con l'avversario e con il pubblico.

Il film è anche l'occasione per raccontare due personaggi che sono stati tramandati alla storia come opposti nei loro caratteri (il freddo e controllato Borg e l'incontinente McEnroe), ma i cui personaggi pubblici si scopre essere il risultato di un percorso di vita non necessariamente dissimile. Borg viene da una famiglia di ceto sociale basso e rappresenta un outsider nel mondo del tennis, inizialmente non voluto dalle federazioni preposte, anche per il suo carattere iracondo e poco conforme all'immagine da gentlemen che i tennisti hanno. McEnroe viene da una buona famiglia ed è un ragazzo modello, ma con un padre che pretende da lui sempre di più di quello che può dare.

Borg - anche grazie all'aiuto del suo allenatore (che gli fa anche da padre) - impara a controllare la rabbia come una pentola a pressione che esplode attraverso i suoi colpi; McEnroe riversa sul campo la rabbia della costante necessità di ottenere la stima e l'attenzione degli altri, e attraverso questa rabbia trova forza e concentrazione.

I due saranno destinati a diventare amici, sebbene sui campi da tennis la loro leggendaria rivalità sia durata poco visto il ritiro precoce di Borg dal tennis a 26 anni.

Il film è appassionante anche per chi non conosce e non ama questo sport; per me che in quegli anni e - soprattutto qualche anno dopo - ho seguito tantissimo questo sport il film è stato godimento puro e mi ha fatto davvero tornare indietro nel tempo.

Un appunto al film di Metz Pedersen: anche se il titolo attribuisce lo stesso peso ai due protagonisti è abbastanza evidente che la narrazione privilegia e approfondisce di più la figura di Borg, lasciando maggiormente in secondo piano e meno dipanato il personaggio di McEnroe. Non so se si tratti di una scelta voluta, o di un disequilibrio che nasce da una carenza del film.

Il risultato comunque è assolutamente godibile.

Voto: 3,5/5





giovedì 16 novembre 2017

Micah P. Hinson (+ Old Fashioned Lover Boy). Monk, 12 novembre 2017

In questa grigissima e ormai fredda domenica di novembre io e M. andiamo a cercare un po' di calore nella sala concerti del Monk dove è in programmazione il live di Micah P. Hinson (ormai un habitué del luogo, visto che ci era già stato due volte, aprile 2016 e aprile 2017), finalizzato alla presentazione del nuovo album The holy stranger che io ancora non ho avuto modo di ascoltare.

In realtà, quando arriviamo è appena salito sul palco l'artista che aprirà la serata. Scopro più tardi che il suo nome d'arte è Old Fashioned Lover Boy, al secolo Alessandro Panzeri, un ragazzo napoletano trapiantato a Milano, innamorato della musica folk americana che ha attualmente all'attivo due dischi, quello di esordio The iceberg theory e l'ultimo, Our life will be made of simple things.

Lì sul palco c'è lui e la sua chitarra acustica elettrificata, e all'inizio non mi aspetto granché; e invece questo ragazzo così umile nel porsi di fronte al pubblico tira fuori una grinta, una voce e delle sonorità interessanti, che lo rendono credibile anche nella scelta di cantare in inglese ispirandosi a una tradizione musicale lontana dalla nostra.

Insomma Old Fashioned Lover Boy è una bella sorpresa che mi ha decisamente incuriosita.

A seguire sale sul palco Micah P. Hinson, che - come sempre fa - prima si presenta, dice da dove viene e ci spiega perché è qui (in questo caso per presentare il suo ultimo disco uscito a settembre). Questa volta - a differenza che ad aprile scorso - Micah è solo sul palco, con la sua storica chitarra acustica (quella dove sopra c'è scritto This machine kills fascists), il microfono old fashioned, il sintetizzatore e l'amplificatore.

All'inizio Micah ha molta voglia di parlare: fa lunghe pause tra una canzone e l'altra, racconta la storia dei testi delle sue canzoni, nonché aneddoti recenti e passati, ci parla della sua famiglia e di suo figlio, dell'incidente che ha avuto in Spagna che gli ha lasciato strascichi importanti a livello neurologico, e problemi di equilibrio e di mobilità. Nonostante un'ironia che fa sorridere il pubblico, dalle sue parole trasuda tutta la sofferenza della sua storia.

Poi man mano che il concerto va avanti la musica prende il sopravvento, Micah si fa sempre più concentrato sulla sua chitarra e più musicista a tuttotondo, capace di conquistare il pubblico con il suo modo particolarissimo di suonare la chitarra e la sua voce inconfondibile. Alla fine il pubblico gli chiederà di tornare sul palco per un breve bis che ritarderà un pochino il sonno di tutti ma ci regalerà un po' della magia che - quando vuole - Micah è in grado di far esplodere intorno a sé.

Micah P. Hinson è un personaggio imprevedibile, difficile da categorizzare, le sue performance non sono mai standardizzate, ma variano al variare dei suoi umori e del suo stato d'animo. Ma questa in fondo è una caratteristica tipica dei grandi talenti.

Voto: 3,5/5