giovedì 7 dicembre 2017

Don Giovanni secondo l'Orchestra di Piazza Vittorio. Teatro Olimpico, 21 novembre 2017

Come si sa, amo molto l'Orchestra di Piazza Vittorio e ne seguo il percorso ormai da parecchi anni. Trovo affascinante l'esperienza di questo gruppo - che ha un nucleo storico ma si amplia a ospitare nelle varie circostanze altri artisti - nella costruzione di un ensemble multietnico, capace di reinterpretare, in questa chiave, espressioni musicali della tradizione "occidentale".

In particolare, l'Orchestra di Piazza Vittorio ha un feeling speciale con Mozart. Così, dopo aver portato in scena a suo tempo Il flauto magico, ritorna sul palcoscenico del Teatro Olimpico con il Don Giovanni che Mozart musicò sul libretto di Lorenzo Da Ponte.

Anche questa volta arrivo a teatro sapendo poco o niente sull'opera di Mozart. Conosco a grandi linee le caratteristiche del personaggio principale dell'opera e qualche aria particolarmente famosa (ad esempio, Là ci darem la mano...), ma non conosco la storia nei dettagli né i personaggi.

Quindi vengo catapultata in questo Don Giovanni "glamour e iconoclasta" - come è stato definito - provando a districarmi nella rilettura che Mario Tronco e la sua Orchestra hanno fatto di quest'opera.

E così mi trovo di fronte a un Don Giovanni cui tutti si rivolgono come fosse un uomo e che è vestito da uomo, ma che è una donna (la scatenata Petra Magoni), a un'ambientazione anni '20 da Jazz club, a una rilettura musicale che come al solito spazia tra i generi e tra i continenti, ritornando di tanto in tanto all'opera, a un mix di lingue e di culture che trasformano il Don Giovanni di Mozart in una storia multietnica.

Questa volta l'Orchestra di Piazza Vittorio moltiplica ulteriormente i piani di lettura e i fattori di interferenza che trasformano un testo classico - per quanto già di per se stesso piuttosto dirompente - in un caleidoscopio in cui personaggi, situazioni e parole si riflettono e rifraggono in modo originale e inaspettato.

L'Orchestra di Piazza Vittorio - da sempre abituata a mettere in discussione stereotipi e pregiudizi - allarga ancora più le maglie della narrazione, includendo in questo Don Giovanni - oltre ai più classici, per loro, temi dell'etnia, della cultura e della lingua - quello del genere e delle sue implicazioni.

Peccato per l'assenza di un componente molto rappresentativo dell'Orchestra, Omar Lopez Valle (ammalato), che viene però degnamente sostituito da un Leporello con una gran voce.

Voto: 3/5

martedì 5 dicembre 2017

Sami blood

Christina (Maj-Doris Rimpi) sta tornando nei suoi luoghi di origine nel nord della Svezia, insieme al figlio e alla nipotina, per il funerale della sorella. Non nasconde le sue resistenze a questo viaggio e il disagio emotivo che prova.

Il viaggio diventa dunque l’occasione di un lungo flashback che spiega le origini di questo suo disagio. Christina in realtà si chiama Elle-Marja e ha sangue Sami, ossia fa parte della popolazione lappone che abita l’estremo nord della Scandinavia vivendo nelle tende e allevando renne.

A 14 anni (negli anni Trenta) Elle-Marja (Lene Cecilia Sparrok) – che frequenta insieme alla sorella una scuola solo per bambini Sami ma ha una maestra che viene dal sud della Svezia e si chiama Christina – comincia a prendere coscienza delle discriminazioni e del vero e proprio razzismo di il popolo a cui appartiene è oggetto.

Trattati come naturalmente inferiori, studiati come animali da laboratorio, tenuti forzatamente separati dal resto della popolazione, i Sami sono un universo chiuso e autoreferenziale, che da un lato la società svedese tiene separato da sé, dall’altro si autosegrega per necessità di sopravvivenza e per desiderio di preservare le proprie tradizioni e la propria cultura.

A Elle-Marja però questo universo sta stretto, né riesce a sopportare la discriminazione sociale di cui è vittima e rispetto alla quale si rende conto di non potersi ribellare. Sua sorella al contrario è accondiscendente e perfettamente integrata nella propria comunità.

Un giorno, nonostante il legame con la propria sorella, Elle-Marja fugge a Upssala e comincia a farsi chiamare Christina. Christina dovrà rinnegare e nascondere la cultura di origine per trovare il proprio spazio nel mondo e per poter essere pienamente se stessa.

Il ritorno a casa per la morte della sorella sarà il momento della resa dei conti con se stessa e con il proprio passato.

Il mio primo incontro con l’Apollo Undici, storico cinema d’essai di Roma dove non ero mai stata, non poteva andare meglio.

Sami Blood è un film intenso e profondo, ricco di contenuti che si prestano a letture stratificate.

Il piano di lettura più immediato è evidentemente quello del rapporto tra i Sami e la popolazione svedese, la storia di un razzismo interno a una nazione evoluta e socialmente progredita di cui sappiamo molto poco e che Amanda Kernell con questo film porta alla luce.

Ma dentro la storia di Elle-Marja/Christina c’è la storia di tutti coloro che nella vita a un certo punto hanno sentito le proprie origini come un confine angusto dal quale affrancarsi per poter trovare veramente se stessi e la propria strada. Chiunque faccia questo percorso passa inevitabilmente attraverso un momento di presa delle distanze, che a volte comporta anche la necessità di rinnegare il proprio passato e le proprie origini per poter rifondare la propria vita. Il senso di stupore di Elle-Marja per la città e per tutte le novità che il mondo lontano da dove è nata porta con sé è qualcosa di emozionante che solo chi l’ha vissuto può capire, così come solo chi l’ha vissuto può capire il senso di estraneità, ma anche il senso di sfida che comporta il salto in un mondo che non ci appartiene.

Ma in questi percorsi c’è sempre un momento in cui col passato e con le origini – che ci appartengono e che non possono essere rinnegati fino in fondo – bisogna fare i conti e trovare una forma di conciliazione senza la quale la propria liberazione e la rifondazione di sé non potrà dirsi compiuta.

Nel film di Amanda Kernell c’è anche il tema del rapporto tra le due sorelle, legatissime, ma diversissime. Pur venendo entrambe dalla stessa famiglia e dallo stesso contesto culturale, Elle-Marja ha dentro un fuoco, un bisogno di riscatto, di cambiamento che non può ignorare, mentre sua sorella trova il proprio senso nelle tradizioni da cui proviene. E questo le divide, dolorosamente, perché Elle-Marja “deve” tradire quello da cui proviene, e riuscirà a riappropriarsene solo quando sua sorella sarà ormai morta.

Un film intenso e doloroso, che fa riflettere e commuove.

Voto: 3,5/5

domenica 3 dicembre 2017

Y'est où le paradis? = A paradise too far

Ed eccomi qui a un altro festival, questa volta piccolo piccolo, ma molto interessante. Si tratta del On the road film festival, in programmazione dal 5 al 26 novembre al Cinema Detour, a Monti.

Il film che ho scelto - negli incastri vari con mille altri impegni - è un film canadese in lingua francese, dal titolo Y'est où le paradis? del regista Denis Langlois, presentato in anteprima italiana al Detour.

Il film racconta la storia di due fratelli, Samuel (Maxime Dumontier) ed Emilie (Marine Johnson), che hanno entrambi un ritardo mentale e che all'improvviso perdono la madre in un incidente stradale.

I due ragazzi - che hanno problemi di comunicazione tra di loro, oltre che con gli altri - vengono ospitati a casa di Diane e Jean, che già accolgono altri disabili mentali, ma entrambi fanno fatica a rendersi conto e ad accettare la morte della madre.

Una notte si mettono in viaggio alla ricerca di Matchi Manitou, un luogo in mezzo ai boschi di cui la madre gli parlava quando erano piccoli, una specie di piccolo paradiso, dove i due fratelli credono che la loro madre sia andata.

Questo viaggio si trasforma ben presto in un'occasione di crescita individuale, nonché di costruzione e poi di rafforzamento del rapporto tra di due giovani, al di là delle loro difficoltà di comunicazione e relazione. Il tutto inserito in un'atmosfera volutamente fiabesca, favorita anche dai paesaggi innevati nei quali si muovono i protagonisti. Gli incontri che i due ragazzi faranno sul loro cammino sono chiaramente ispirati ad alcuni topoi propri delle fiabe: figure che li aiutano, ma che spesso si rivelano anche pericolose, ostacoli da superare prima dello scioglimento narrativo finale.

L'arrivo a Matchi Manitou corrisponderà con la definitiva elaborazione del lutto: Samuel ed Emilie lasceranno andare via l'anima della loro madre con l'aurora boreale che illumina il cielo sopra di loro, ma avranno trovato nel frattempo il senso e la forza dell'affetto che li unisce, al di là della loro disabilità.

Un film delicato e coraggioso, che si muove leggero sul sottile crinale tra reale e metaforico, senza risultare mai eccessivo da nessun punto di vista.

Voto: 3,5/5

giovedì 30 novembre 2017

I grandi maestri. 100 anni di fotografia Leica. Palazzo del Vittoriano, 17 novembre 2017

Da qualche giorno è stata inaugurata a Roma, nell’Ala Brasini nel Palazzo del Vittoriano, la mostra dal titolo I grandi maestri, dedicata sostanzialmente ai 100 anni della mitica azienda produttrice di macchine fotografiche Leica. Era infatti il era il 1914 quando Oskar Barnack costruì la prima Leica, la macchina compatta che montava pellicola da 35 millimetri e che cambiò il corso della storia della fotografia.

La macchina Leica fu infatti la prima macchina piccola e compatta, che poteva essere portata sempre con sé e che dunque consentiva al fotografo di essere al centro dell’azione. Questa possibilità – nonché gli sviluppi tecnologici che la caratterizzarono (i tempi di scatto, il mirino, le ottiche ecc.) – trasformarono presto le macchine fotografiche Leica nello strumento preferito da una intera generazione di fotografi e fotoreporter. Anche quando la comparsa delle prime reflex spinse alcuni fotografi ad adottare questa nuova tecnologia e dunque a comprare queste nuove macchine fotografiche, la Leica continuò a essere preferita da chi voleva scattare senza dare troppo nell’occhio e in modo il più possibile istintivo.

La mostra allestita al Vittoriano non solo ci permette di vedere i principali modelli di Leica che si sono susseguiti in questi 100 anni, ma anche di fare una lunga passeggiata attraverso centinaia di foto scattate con queste macchine fotografiche. Dalle prime – a loro modo banali, ma ovviamente innovative per l’epoca – scattate dallo stesso Barnack fino a foto che hanno fatto la storia della fotografia: da Morte di un miliziano spagnolo di Robert Capa agli Attacchi al napalm in Vietnam di Nick Út, da V-J Day di Alfred Eisenstaedt a England di Gianni Berengo Gardin, fino a Derriere la Gare Saint-Lazare di Henri Cartier-Bresson. Ma accanto a queste foto e a questi nomi famosissimi sfilano sotto i nostri occhi foto di moltissimi altri fotografi – più o meno noti – che della Leica hanno sfruttato le potenzialità per i generi fotografici più diversi: non solo reportage, street photography e fotogiornalismo (che sono i generi che a questa macchina fotografica più si addicono), ma anche ritratti, fotografie concettuali e molto altro.

La mostra è articolata in sezioni che seguono in parte un ordine cronologico, in parte un ordine tematico, a volte precedute da un cartello illustrativo, altre volte no, il che può essere un po’ disorientante per il visitatore. Le didascalie delle foto – come accade sempre più spesso ultimamente – sono stampate piccolissime, costringendo il visitatore ad avvicinarsi molto alle foto, cosa ottima e possibile quando non c’è molta gente, ma certamente no nei momenti di grande afflusso.

Tutto ciò detto, la mostra è un’occasione per vedere foto bellissime (come quelle che ho a mia volta fotografato e messo a corredo di questo post), per scoprire nuovi fotografi, per conoscere importanti lavori fotografici (diventati anche libri fotografici) che hanno fatto la storia della fotografia, per riflettere sulla natura della fotografia e sulle sue potenzialità.

Per me un vero e proprio godimento per gli occhi e per la mente.

Voto: 3,5/5